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Ecco perché chiediamo a Google come vestirci

31 Dicembre - 2025

Google come vestirci

Ph: Studio Carabas

Esattamente come tutti noi, anche Google ogni anno trae le proprie conclusioni e, in base alle ricerche degli utenti, ci restituisce una fotografia sociale sorprendentemente fedele della nostra società e del nostro tempo. Le domande esistenziali, i desideri, le curiosità e i bisogni che affidiamo al motore di ricerca raccontano molto di noi.

Tra le risposte più cercate in questo 2025 spiccano in modo evidente quelle legate alla moda e all’estetica, ambiti solo apparentemente superficiali ma in realtà profondamente connessi alla nostra identità. Qualche esempio? “Come vestirsi per sembrare più giovane?”, “Come vestirsi a un matrimonio?”, “Come vestirsi a un funerale?”.

Interrogativi semplici, quasi banali, che però nascondono una verità insindacabile: chiediamo all’algoritmo come presentarci al mondo, come essere adeguati, come non sbagliare. Dietro queste ricerche si nasconde il desiderio di essere accettati, riconosciuti, compresi. Vestirsi diventa così un atto comunicativo potente, una forma di linguaggio non verbale che precede le parole e spesso le sostituisce.

Se alcune domande mettono in luce le nostre fragilità legate al tempo che passa e il bisogno di non sfigurare in pubblico, allo stesso tempo ci dimostrano quanto l’estetica e la tanto bistrattata apparenza siano centrali nelle nostre vite e abitino profondamente i nostri stati d’animo. L’apparenza, infatti, non è solo una maschera vuota, ma uno strumento attraverso il quale costruiamo e negoziamo la nostra identità sociale. In una società in cui l’immagine precede l’esperienza, il modo in cui ci vestiamo diventa una dichiarazione di intenti.

Non si tratta dunque solo di frivolezza o insicurezza, come spesso si tende a liquidare il tema della moda, bensì di un bisogno più profondo: raccontare, attraverso gli abiti, chi siamo o chi vorremmo essere. L’abbigliamento diventa una proiezione del sé, un mezzo per colmare la distanza tra identità percepita e identità desiderata. Indossare un determinato capo può infondere sicurezza, senso di appartenenza o, al contrario, segnare una distanza, una ribellione, una presa di posizione.

La moda, del resto, serve anche a questo: a presentarsi al mondo per quello che si è (o per quello che si vorrebbe essere). Esiste un dress code implicito per ogni contesto sociale, un insieme di regole non scritte che impariamo a decifrare fin dall’infanzia. Sapere come vestirsi per un matrimonio o per un funerale significa conoscere e rispettare quei codici culturali che regolano la convivenza sociale e che ci permettono di esprimere rispetto, partecipazione emotiva, empatia.

Per ogni occasione della vita, dai momenti più leggeri e celebrativi a quelli più sacri o dolorosi, la moda può diventare la nostra grammatica emotiva. Attraverso colori, tessuti, forme e stili raccontiamo gioia, lutto, amore, transizione, cambiamento. Anche quando crediamo di scegliere “senza pensarci troppo”, stiamo in realtà comunicando qualcosa di noi. E forse è proprio per questo che continuiamo a chiedere a Google come vestirci: perché, in fondo, stiamo cercando un modo per sentirci al posto giusto, nel momento giusto, nella versione migliore possibile di noi stessi.

Ph: Studio Carabas