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Da Prada alle passerelle di New York: la moda rilancia l’analog dressing

23 Settembre - 2026

Analog dressing

Negli ultimi anni la moda ha dato l’impressione di voler inseguire a tutti i costi la perfezione. Non a caso il trend che maggiormente ha caratterizzato le ultime stagioni, il quiet luxury, ci ha sempre parlato di un’eleganza impeccabile e sussurrata, dove la ricchezza non doveva essere sbandierata, ma lasciata intuire dai dettagli e dall’alta sartorialità. A incarnare quest’estetica sono stati soprattutto brand come Bottega Veneta, The Row e Loro Piana. Tra cappotti color cammello, borse senza logo e colori neutri, col tentativo di apparire spontaneo, il quiet luxury è finito per diventare rigorosissimo nei suoi codici. Ora, però, arriva una controtendenza o, se preferiamo, una reazione: l’analog dressing. Il nuovo trend ci parla di abiti stropicciati, vissuti, imperfetti. La parola d’ordine pare essere istinto. Non si tratta di trascuratezza, ma di imperfezioni consapevoli.

A guidare la nuova era della moda è, ancora una volta, un brand abituato ad anticipare i tempi: Prada. Hanno fatto scalpore le camicie e gli abiti dell’ultima collezione della maison, che apparivano volutamente non stirati, o le giacche con effetto usura che hanno sollevato un polverone sui social, ma anche molta ammirazione da parte di addetti ai lavori e trendsetter. Miuccia e Raf Simons hanno portato in passerella polsini leggermente sporchi, orli sfrangiati, fili lasciati liberi, giacche dalla superficie consumata e scarpe già segnate. Non si trattava di difetti accidentali, ovviamente, ma di imperfezioni costruite intenzionalmente.

Dal clamore all’emulazione, si sa, il passo può essere breve, specialmente nel mondo della moda. Lo dimostra la recente fashion week di New York, dove l’analog dressing è comparso praticamente ovunque. Sbagliamo, a credere che si tratti di un trend contemporaneo. Le sue radici sono ben più profonde, come dimostrato da icone del passato che da sempre hanno incarnato questo stile. Su tutte, Jane Birkin, che, con naturalezza, indossava jeans che apparivano consumati e borse quasi deformate per quanto erano state vissute. Il fascino di questi look non è mai nato dalla perfezione, ma dalla relazione intima che si era andata a creare tra la persona e ciò che indossava. A New York lo abbiamo visto in passerella nelle camicie volutamente disallineate di Altuzarra, nelle t-shirt accartocciate di Brandon Maxwell e persino da Tommy Hilfiger, che ha portato in scena maglioni che parevano indossati quasi al contrario.

L’analog dressing è ufficialmente tra noi e non è il contrario del lusso: è il contrario del controllo. Il concetto è semplice: vestirsi come se non ci fosse una macchina fotografica sempre puntata addosso. Niente look costruiti per essere immediatamente riconoscibili sui social, niente perfezione obbligatoria, niente outfit sottoposti al giudizio dell’algoritmo: l’analog dressing privilegia la spontaneità.